lunedì 4 maggio 2009

Consumismo come interazione sociale.


Consumismo.
Ovvero, gli effetti dell'identificazione della felicità personale con l'acquisto, il possesso e il consumo di beni materiali, generalmente favorito dall'eccessiva pubblicità.

Piaga sociale? Senz'altro, ma a volte anche mezzo per conformarsi.

Fino a 10 anni sono cresciuto senza la minima importanza per marche o etichette varie.
La Nike era una marca di scarpe, certo, ma lo erano in egual misura anche la Geox, la Fly flot, e tutte le altre calzature del Lidl. Bevevo Coca-cola ma mi capitava tranquillamente di bere Fuzz-cola o altre imitazioni del ben più celebre marchio.
A 10 anni mi interessavo solamente di giocattoli e cartoni animati (sempre i soliti che guardavo e riguardavo fino alla nausea..perfino adesso saprei ridirvi a memoria la trama de La spada nella roccia o Il libro della giungla), non erano certo importanti altre cose!
"Roba da femminuccie!"- pensavo quando i miei parenti mi regalavano vestiti o scarpe.
Già, roba da femminuccie. Almeno fino alle medie.
I miei amici, non dico tutti ma la maggiorparte, incominciarono a comportarsi in modo strano una volta finite le elementari: non venivano più con me "dalla Sonia" a comprare le figurine dei calciatori, non compravano più giocattoli in generale.
Mi ricordo che lo shock più grande fu quando sentii uno di loro vantarsi del fantastico regalo ricevuto per il compleanno: un paio di scarpe dell'Adidas.
Ma come? Io che per compleanno mi feci regalare la nave della Lego, io che fino ad allora gli unici vestiti che ero orgoglioso di aver comprato erano la maglina di Batman e di Valentino Rossi, io che a quei tempi confondevo la marca Adidas con uno stato dell'Africa (non chiedetemi il perchè..) assistevo in quell'istante ad una scena che mi sembrava del tutto assurda.
"Sarà un caso"- pensavo.
Ma le cose continuarono: Le scarpe Adidas, i giubbotti Nike, il Nokia 3310 diventarono, oltre che quotidiano argomento di discussione, veri e proprio cimeli da esibire.
Da una parte i miei amici con le vesti firmate, dall'altra io che sembravo uscito da un catalogo di qualche discount.
La cosa non mi pesava più di tanto, almeno finchè non cominciarono a prendermi in giro: dopotutto, non ero figo se non avevo delle Nike. Se la maglina di Batistuta non era quella originale della Fila ma era comprata per due soldi al mercato ero soltanto una caricatura. Figurati poi quando dicevo di non avere ancora un cellulare..
Mi sentivo emarginato dal resto del gruppo.
Fu così che comprai il mio primo paio di Nike. Poi seguirono le Adidas da calcio, i pantaloni della Levis, gli occhiali della Ray Ban...
Tutte cose che compravo solo per non venire denigrato.
Non me ne importava nulla di come calpestavo le strade sconnesse e sporche della mia via, se con le Adidas o con le Fly Flot.
Qualche tempo dopo, riflettendo un pò sulla mia personalità, ho abbandonato questo fare da consumista, venendo nuovamente denigrato da coetanei ma tornando perlomeno sincero con me stesso.
Le riflessioni le leascio a voi, come al solito.

1 commento:

  1. Il vero male del consumismo è che non lascia il tempo di creare una propria personalità. Investe le menti dei più giovani di proposito, sapendo che è l'età in cui si inizia a cercare la propria identità... e ovviamente la propria identità la si trova confrontandosi con gli altri. "Ma se tutti sono uguali e io sono diverso... forse io sono sbagliato! Non lo so, è la prima volta che vedo il mondo! Forse è meglio se mi adeguo." Non ci rendiamo davvero conto di come l'economia ci sfrutti. le masse, come diceva Orwell, sono molto più facili da comandare rispetto a miriadi di individui ben distinti. E non è a caso che durante le dittature tutti dovevano vestire in modo analogo. Il consumismo è una dittatura implicita. E il fatto che sia implicita la rende estremamente pericolosa, perchè benchè il mondo intero sia cosciente di questo male a cui è soggetto, in fin dei conti nega e abbassa la testa. Alla fine, essere uguali fa comodo a tutti, non solo all'economia. E i messaggi subliminali associati alle pubblicità, ad esempio, sono disarmanti; e le masse non sono capaci di vedere cosa c'è sotto ogni parola, perchè il loro "ammaestramento" al consumo è studiato a tavolino da signori ben distinti che sanno fare molto bene il loro lavoro.
    Concludo dicendo che per quanto uno si sforzi, in qualche modo siamo tutti soggetti al consumismo, chi più chi meno. Però fa bene provarci :)
    Ciao Filosofo!
    Bacio

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